Roberta De Monticelli – La questione morale

Palazzo Marini, convegno sul testamento biologico organizzato da Italianieuropei

ALL’ITALIANA

La questione morale è un tema di drammatica e scottante attualità soprattutto nell’Italia di oggi. Ne parliamo con Roberta De Monticelli, filosofa di statura europea, docente di Filosofia della persona all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, autrice de La questione morale, saggio acuto e illuminante, coraggiosa e appassionata riflessione in ambito etico, politico, giuridico e religioso.

  La Questione Morale      Copertina libro

Nel libro La questione morale (Raffaello Cortina, 2010) molto realisticamente lei disegna un quadro piuttosto cupo della situazione italiana: parla di corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica. Come mai la maggioranza degli italiani approva, sostiene e nutre questo generale degrado?

La tesi centrale del libro è che le arti servili della sudditanza continuano a sostanziare i nostri mores, i nostri costumi, in una sostanziale continuità con la condizione di una società pre-moderna: come se Risorgimento e Resistenza non fossero bastati a transitarci nella modernità. Come se a un insieme troppo rilevante di italiani fosse rimasta estranea la condizione di cittadinanza, con i suoi doveri e le sue virtù, nonostante l’entusiasmo e le speranze che animarono i grandi momenti del riscatto nazionale prima e della rifondazione repubblicana poi. Come, infine, se il passaggio completo e irreversibile all’età della ragione, all’età adulta (così Kant chiamava l’umanità pervenuta alla consapevolezza della responsabilità personale ultima e dell’autonomia morale degli individui) in Italia non fosse mai del tutto e per tutti avvenuto.

Come mai dopo il fascismo gli italiani non hanno ancora acquisito gli anticorpi per riconoscere il carattere sostanzialmente autoritario e populista del berlusconismo? Non trova che, al di là delle inevitabili differenze, vi siano alcune affinità di fondo tra fascismo e berlusconismo?

In effetti fascismo e berlusconismo mi sembrano due condizioni antitetiche che hanno una sola cosa in comune: la virtuale abolizione della differenza fra potere legittimo e forza arbitraria, cioè fra governo delle leggi e comando di un capo. È un solo elemento in comune, ma talmente pregnante da rendere i due regimi in qualche modo paragonabili, soprattutto nell’effetto devastante che la trasformazione dell’obbedienza alle leggi in servitù e servilismo rispetto a un capo o alla sua corte opera sul tessuto della società civile e nelle coscienze. Ma questo elemento comune non può nasconderci le enormi differenze fra la politicizzazione di tutta la vita nel regime fascista, lo Stato etico, la retorica imperiale, la soppressione effettiva dei diritti civili e politici e la partecipazione irreggimentata alla vita sociale da un lato; e dall’altro lo svilimento radicale della professione politica, lo Stato umiliato fino al ludibrio, le sue istituzioni tendenzialmente demolite o svuotate, la retorica della pancia, del “bunga bunga”  o delle “mogli e buoi dei paesi tuoi”, la tendenziale dissoluzione del senso e dell’onorabilità delle istituzioni o delle cariche pubbliche, la svendita sistematica della legalità in cambio di consenso, la penetrazione della mafiosità dei costumi a ogni livello. Io credo che la differenza dei due regimi ben si riassuma (rubo l’idea al titolo di un articolo apparso su un quotidiano nazionale) nella differenza fra i due motti, il primo ufficiale, ma il secondo assai calzante: da un lato “credere, obbedire e combattere”, dall’altro “credere, obbedire e leccare”.

Secondo lei perchè sono poche e isolate le voci di intellettuali che si sono sollevate per denunciare la decadenza della politica e il generale imbarbarimento dei costumi e della morale?

Bisogna premettere che l’intellighenzia italiana non ha mai brillato per numero e vivacità di personalità eticamente indipendenti: fin dai tempi di Guicciardini lo scetticismo morale e il “realismo” politico spesso ai limiti del cinismo sono considerati un segno di intelligenza, e questo si prolunga con infinite sfumature nel mondo contemporaneo, includendo la classe politica da Andreotti a D’Alema. Dagli ambasciatori (vedi Sergio Romano) fino ai gazzettieri (vedi Giuliano Ferrara) “spregiudicatezza” morale e intelligenza sono considerate sinonimi, al punto da creare fama universale di intelligenza a chi si è finora distinto per boria sprezzante o per cinismo prodigato a raffiche d’artiglieria verbale, insulti e devozioni, paradossi e trombonate purché rumorose. Premesso questo, non è neppure forse vero che non siano numerose le voci che sulla stampa, attraverso i libri, nei media o su Internet “si levano contro” la barbarie. Il fenomeno veramente inquietante è lo scarso o nullo potere di persuasione che hanno. Suggerisco allora questo metodo: ognuno nel suo ambito di lavoro o di vita non lasci più passare ignorata una violenza, una viltà, una sopraffazione, un atteggiamento mafioso, la trama di una consorteria, usando parte del suo tempo per costruire informazione e trasparenza, e chiedere giustizia.

Perché il nostro Paese non ha ancora raggiunto la “normalità morale”, ma vive in una condizione di minorità rispetto alle altre democrazie occidentali? Lei fa notare come non a caso in nessuna nazione europea esiste un modo di dire così sprezzante come l’espressione “all’italiana”.

Tanto per essere chiari: non c’è possibile normalità morale dove la delinquenza vige manifesta a livello istituzionale. Faccio un esempio fra migliaia e migliaia per giustificare il termine “delinquenza”: come possiamo chiamare l’atteggiamento dei sindaci campani di quella delegazione che il 2 aprile scorso si fa ricevere dal Presidente del Consiglio per chiedergli di bloccare le demolizioni di edifici abusivi prescritte dall’autorità giudiziaria? Si tratta di edifici abusivi, cioè fuorilegge. Si tratta dei primi cittadini, con fascia tricolore, rappresentanti per eccellenza della cittadinanza e della legalità. E questi vanno dal capo del governo a chiedergli di agire contro la legalità, in difesa degli abusi. In qualunque paese normale un capo di governo si sarebbe rifiutato di riceverli. Da noi invece li riceve, promette aiuto, e comincia a riscaldare il clima raccontando una barzelletta che non si sa se definire più insulsa o più volgare, dove tutto l’effetto dipende dalla pronuncia (chiedo perdono) delle parole “fica” e “culo”. Il consesso dei sindaci esplode in applausi e risate. “Normalità” racchiude la parola “norma”. E’ norma introiettata e divenuta costume. Norma la cui violazione genererebbe, dove ci sono costumi moralmente “normali”, solo disprezzo e sanzioni almeno implicite, quando non formali.

Altro passaggio-chiave del suo testo è l’affermazione che la nostra società civile è fatta di “persone non individuate”, di “non-individui”, intendendo per individuo il soggetto adulto moralmente responsabile, che prende posizione rispetto al comune vivere e sentire della comunità di appartenenza. È proprio così?

Intendendo per individuo la persona capace di libertà responsabile, non vedo come cambiare la diagnosi, di fronte all’indifferenza in cui casi come quelli descritti sopra lasciano troppi italiani. Infatti una persona responsabile è almeno capace di agire in base a un qualche dovere, che si riconduce al rispetto nei confronti degli altri e di se stesso. La situazione in cui si trova chi non vibra di sdegno e di disgusto di fronte all’ostentazione e difesa istituzionale del crimine che ho riportato sopra, pur senza avere mai personalmente compiuto o approvato crimini, è piuttosto quella di chi non ritiene di aver titolo a pensare e giudicare con la propria testa e la propria coscienza, in questioni di giusto e ingiusto. In questo modo vive chi ha delegato ad altri – al tutore, al prete, al genitore, al partito – l’esercizio del giudizio e dunque della libertà responsabile. Chi lo fa innocentemente, perché ha fiducia che il tempo di essere grandi verrà, è il bambino. Chi lo fa senza esser più bambino è una personalità non individuata o immatura.

Lei definisce la propria posizione individualismo etico, secondo cui ogni individuo è persona morale, a lui spetta l’ultima decisione riguardo all’uso della propria libertà, compreso il diritto a scegliere in materia di fine vita. L’attuale governo sta ridiscutendo una proposta di legge contro il testamento biologico. Qual è la sua posizione in merito?

Ritengo il DDL Calabrò (disegno di legge presentato dal senatore del Popolo della Libertà Raffaele Calabrò, ndr) irricevibile, in primo luogo perché vanifica la facoltà di dare direttive anticipate sul proprio fine vita, conferendo al testamento biologico valore esclusivamente consultivo, e non esecutivo; e in secondo luogo perché abolisce il diritto a rifiutare l’idratazione e nutrizione forzata che erano l’oggetto del contendere nel caso di Eluana Englaro. E’ chiaro che la negazione di questo diritto viola palesemente il principio di autodeterminazione del paziente, e in particolare il diritto di rifiutare le cure mediche, diritto assicurato dalla nostra Costituzione (articolo 32, ndr) in tutti i casi in cui questo rifiuto non metta in pericolo la salute altrui.

Contro una Chiesa che si presenta come “risorsa etica”, come unica fonte di moralità, lei afferma il principio dell’autonomia della coscienza morale. Quali sono i suoi riferimenti filosofici irrinunciabili? Nel libro cita Socrate, Kant, l’Illuminismo, Husserl.

Appunto, tutti quelli che lei menziona, ma in definitiva nella sua semplicità prevale il riferimento a Socrate, inesausto portatore del dubbio e dell’esame critico, voce insopprimibile della domanda: “perché?”, “Questo che fai, perché lo fai?”, “Questo che dici, perché lo dici?”. A proposito della Chiesa, si potrebbe aggiungere la riflessione seguente. Riguarda un terribile paradosso, nel quale si avvita la nostra storia, cioè che sia stata accreditata come potenza etica, come potenza cui affidare e delegare la morale, lasciando che ci pensino i preti con quattro avemaria, proprio quella potenza che ha insieme più praticato e più deprezzato la politica come cosa necessariamente sporca, perché cosa del mondo. Questo è il paradosso atroce, radicato nel pensiero di Agostino, il teorico della città del diavolo, con cui quella di Dio si confonde in terra. L’etica delegata al confessore, la politica un compromesso col male: una mistura poco propizia a nutrire quel “primato morale e civile” di cui favoleggiava un Padre della Patria (Vincenzo Gioberti, ndr).

Contro lo scetticismo e relativismo morale lei sostiene la tesi dell’oggettività e universalità dei valori di giustizia, libertà e dignità della persona. Tali valori esistono dunque indipendentemente dall’uomo, da ciò che l’uomo può credere, sentire o pensare? Non sono piuttosto “proiezioni” dell’uomo che cerca di “antropomorfizzare” la realtà e la natura a sua immagine e somiglianza? Addirittura lei afferma che sull’oggettività dei valori non c’è meno necessità che nelle norme dell’architettura e dell’ingegneria. Una tesi assai singolare.

Secondo il soggettivismo e relativismo nietzscheano “non ci sono fatti morali ma solo interpretazioni”. Così l’idea che le qualità di valore o disvalore siano là dove le sentiamo, nelle cose e nelle situazioni, nelle azioni e nelle volontà, insomma nei fatti e negli eventi del mondo ci sembra  strana e ingenua. Eppure se uno trova che quello che ha subito è effettivamente un torto, che quella che constata esistere è effettivamente un’ingiustizia, che cosa sta facendo se non riconoscere mali esistenti, cioè disvalori esemplificati nella realtà? E come fanno ad esserci qualità negative senza che si diano, almeno come esigenze, quelle positive? L’oggettività va riconosciuta dovunque ci siano condizioni di verità: perché mai un giudizio di valore come “raccontare barzellette insulse e volgari è indegno di un Presidente del Consiglio” non dovrebbe avere condizioni di verità? Perché non dovrebbe anzi essere oggettivamente vera, come sembra? Non ci sono forse virtù caratteristiche di un Presidente del Consiglio, senza le quali uno non è un “buon” Presidente del Consiglio? Perfino una caffettiera ha qualità e requisiti senza le quali non è una buona caffettiera!

A suo avviso l’etica è stabilita da una norma universale che è il principio di pari dignità e pari diritti. Tali principi sono enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 o nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Ciò significa allora che prima di tali documenti l’uomo non aveva conosciuto né praticato i principi di libertà e giustizia?

Quel principio (“tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”) enuncia un dovere: il dovere che ha ciascuno di riconoscere in un altro essere umano un portatore di dignità pari alla propria, e quindi di eguali diritti. Qui è difficile non riconoscere la formula kantiana, il criterio di universalità di una “massima”. Ma è al contempo la formula antica (Ulpiano) della giustizia: sui cuique tribuere (“dare a ciascuno il suo”, ndr). Che cos’è il dovuto a ciascuno, però? A questo né Kant né Ulpiano rispondono. L’età dei Diritti risponde che è l’insieme dei diritti nell’esercizio dei quali la libertà di ciascuno può effettivamente esplicarsi: la libertà, cioè il potere di vivere in conformità alla propria concezione del bene e della felicità, della propria cultura e identità, della propria fede, cioè con il proprio ethos. Ovviamente nella misura in cui questo è compatibile con l’etica, con il rispetto per la pari dignità altrui. Certamente anche prima dell’età dei Diritti l’uomo aveva conosciuto e praticato i principi di libertà e giustizia. Non mi sembra si possa dire però che il nesso essenziale fra giustizia e libertà, il contenuto plurale della libertà e la dipendenza reciproca fra apertura di pari opportunità a tutti gli individui e il buon funzionamento di una democrazia costituzionale di diritto fossero stati riconosciuti prima della modernità. Alcuni ancora non riconoscono nessuno di questi tre principi!

Lei afferma che la via di Socrate (ovvero sottoporre i giudizi di valore a verifica sempre nuova attraverso l’esperienza e la critica) è quella maestra. Cosa può insegnare Socrate alla politica di oggi?

Se per “politica di oggi” intendiamo banalmente la classe politica esistente, allora ben poco può insegnare Socrate a gentaglia come i sindaci abusivisti, come i venditori di voti, come coloro che l’esercizio assoluto del potere ha corrotto assolutamente e a cui solo il carcere potrebbe insegnare qualcosa. Se invece intendiamo l’arte del governo delle cose e delle società umane, allora Socrate può insegnare la cosa più preziosa che ci sia: che non c’è altra fonte di vera legittimità del potere sotto qualunque forma che l’assenso condizionato degli individui capaci di cercare che cosa veramente sia giusto e di preferirlo a ciò che non lo è. Dunque, che non c’è altro prestigio di un governo che nel suo essere governo della legge e non dell’uomo. Ma dallo stesso pensiero discende anche che la legge conserva il suo prestigio, se e soltanto se la nostra coscienza e la nostra ragione hanno anche la possibilità di togliere al potere il suo consenso e dunque la sua legittimità, nei modi stabiliti. Questo è il pensiero che la nostra modernità ha reso esplicito, il pensiero che porta a fondo la domanda fondamentale di Socrate: “perché?”. Il pensiero che anche in politica porta all’ultima conseguenza la domanda di giustificazione, che in ultima analisi è domanda di giustizia.

(Intervista tratta da Il Mucchio Selvaggio, n. 682, maggio 2011)

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Categorie: Interviste | 2 commenti

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2 pensieri su “Roberta De Monticelli – La questione morale

  1. Gian Luigi Bona

    Interessantissimo, complimenti. Vorrei altri interventi di questo livello

  2. Grazie per i complimenti, Gian Luigi. Mi fa piacere che hai apprezzato. Avrei potuto tranquillamente continuare sul Mucchio con altri articoli di questo livello, ma purtroppo non è stato più possibile. Sono convinto che anche l’intervista a Gratteri e Nicaso sulla ‘ndrangheta, che pubblicherò prossimamente, non ti deluderà.
    A presto, Gabriele.

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